Incredibile ma vero ma l’alluminio è stato per parecchio tempo più prezioso dell’oro.

Come mai?

Semplice, perché nonostante sia abbastanza comune, costituendo per circa l’8% la crosta terrestre, in realtà è sempre legato chimicamente ad altri elementi specialmente l’ossigeno. Per esempio, molte rocce sono fatte di alluminosilicati cioè di catene di alluminio, silicio ossigeno di varia complessità. Pensate oppure all’allume di rocca, il noto emostatico usato in rasature maldestre, che ne è un suo composto. Se l’alluminio viene isolato in forma pura si dice che passiva, cioè reagisce in superficie con l’ossigeno formando uno strato di ossido di alluminio.

Pertanto era veramente difficile isolarlo in forma pura, per questo è stato veramente prezioso per molti anni. Il suo prezzo ne giustificava l’uso spocchioso. Pensate che nel 1884 una cuspide di tre chili di alluminio è stata collocata sulla sommità dell’obelisco eretto in onore a George Washington, il fondatore degli Stati Uniti d’America. Sembra che un centesimo di quel metallo, cioè appena trenta grammi, bastasse per pagare il salario giornaliero di tutti gli operai che avevano lavorato alla costruzione dell’obelisco.

“Chiunque troverà un metodo chimico per produrre l’alluminio  a basso costo, farà una fortuna” diceva il Professor Frank Fanning Jewett, docente di chimica all’Oberlin College, nell’OHIO. Guarda caso, uno dei suoi brillanti studenti, Charles Hall, venitreenne, voleva farla davvero quella fortuna.

Nel 1888, insegnante e studente, riuscirono ad isolare per via elettrochimica fiocchi di alluminio puro.

Il nuovo metodo, semplice e veloce, fece esplodere la produzione di alluminio. Il valore del metallo crollò, da 550 dollari/libbra ai primi mesi della produzione fino a 25 centesimi/libbra nel giro di 50 anni. Parallelamente, la ricchezza di Charles hall lievitò fino a farlo diventare uno degli uomini più ricchi d’America. La ditta che fondò, la Reduction Company, poi chiamata senza troppa fantasia Alluminium Company of America e poi (ALCOA) produceva già 40 tonnellate di alluminio al giorno già dopo appena vent’anni di attività e immaginate i benefici dell’indotto in termini di nuove occupazioni, costruzione di nuovi manufatti, progresso…

Questo se si guarda al lato fortunato della cosa.

Forse pochi sanno che prima della scoperta del 1886 lui e il suo Prof avevano incassato ripetuti colpi allo stomaco per i vari insuccessi. Forse pochi sanno che siccome allora non esisteva la corrente elettrica gli esperimenti doveva farli con accumulatori fatti in casa. Pochi sanno che veniva aiutato dalla sorella maggiore, e che svolgeva gli esperimenti in una baracca dietro casa. Pochi sanno che nonostante la sua scoperta non riuscì a trovare finanziamenti locali e che per questo dovette recarsi a Pittsburg in Pennsylvania per far fortuna.

Credo ci sia da riflettere: è facile dire “che bravo!” o “che fortunato!”, ma credo che oltre a bravura e fortuna serva anche molto sacrificio e parecchia determinazione per superare tutte le difficoltà che, quelle sì, davvero non mancano mai.

Ne abbiamo parlato a Radio Cusano Campus. Ecco l’intervista: https://www.tag24.it/podcast/pietro-calandra-solo-cose-belle-19102019/

Una curiosità: sembra che l’americano “aluminum” differisca dall’inglese standard “aluminium” per un errore in un volantino della ditta produttrice alluminio (era sparita una “i”) scappato al controllo sintattico e che si è propagato fuggitivo grazie al veloce sviluppo delle attività di quella compagnia.

Un’altra curiosità: ho letto che Napoleone Bonaparte riservasse per gli ospiti particolarmente “di riguardo” le posate di alluminio, non quelle d’oro.